Naza: tra responsabilità e umanità
Vedere Naza come specchio della responsabilità sociale, politica e umana, di Eugenio Begato
Naza prende nome da un acronimo eufemistico usato con disinvoltura dall’intelligence israeliana. Si riferisce al numero di civili, vittime collaterali di un attacco aereo, prima ancora che questo venga effettuato. Naza propone di svelare la realtà. Non perde mai di vista la centralità del suo intento. Documenta con fare chirurgico, nella costante dialettica tra cinema e verità. Ulteriore tassello verso una nuova era di immagini, colpa, e complicità, sotto l’ottica del “necessario”. 80 minuti al buio, sui tetti della moderna Tel Aviv, dove i due Israeliani, realizzatori di No Other Land – Rachel Szor e Yuval Abraham – intervistano fonti anonime delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) che descrivono dettagliatamente la loro metodologia attraverso disegni e parole. Alternando filmati d’archivio, immagini di infrastrutture moderne e interviste a ben 24 informatori.
Naza si basa su inchieste giornalistiche del The Guardian. Si muove contemporaneamente tra diverse dimensioni: da un lato, visione documentaristica di un governo criminale; dall’altro, analizza in modo agghiacciante come la brutale logica della violenza si ripercuota a livello personale, nazionale e globale. Yuval Abraham è seduto di profilo di fronte a ciascuna fonte nel cuore della notte. Il volto – di rabbia ed indignazione – è in penombra, le sue fonti avvolte dal nero. Il peso dello sguardo riflesso sulla coscienza arriva tutto. La camera, raramente si allontana dai loro contorni, trasformando persone in vuoti dalle sembianze umane. Atto di testimonianza fatto di ombre, non-volti dalle voci modificate, fagocitati dai fatti commessi, uomini neri enfatizzati da inquietanti rumori tutt’intorno. Loro osservano la città, la città non fa altrettanto, mentre prende forma una tacita ammissione del loro coinvolgimento in un omicidio di massa.
Le ragioni che li spingono a parlare, tuttavia, non si poggiano su un “banale” senso di colpa. Svelarne le motivazioni è tra gli aspetti più angoscianti, secondo solo agli omicidi da loro provocati. Riconosciuta la calcolata barbarie, ma non compresa, non comprendono immediatamente la natura delle proprie azioni. Tra questi uno lo fa, riflettendo sull’Olocausto mentre un cartellone di una retrospettiva viene proiettato nelle vicinanze. “Continuo a considerare quei nazisti il male, ma io cosa sono?”
Altri, non sono ugualmente consapevoli. Affatto pronti ad ammettere la propria colpevolezza nella progettazione di programmi di intelligenza artificiale che identifica i potenziali bersagli con un enorme margine di errore, o nell’attuazione di strategie, come intercettazioni telefoniche in tempo reale, prima che un attacco venga sferrato da mani umane. Ennesimo, e forse definitivo, esempio di come l’intelligenza artificiale ci privi della nostra umanità. Altri ancora, hanno persino un tono glorioso, vincente, allora perché accettare di parlare? Profondo rimorso o senso di colpa latente, cosa li spinge a farlo? Hanno semplicemente bisogno di un pretesto per mettersi in mostra, o altro? Mentre un intervistato si sofferma a riflettere sul suo eventuale coinvolgimento in una pulizia etnica, un altro elenca i suoi successi come ad incasellare insieme i risultati di un videogioco. Ogni dettaglio è straziante, dispiega angoscia. Abraham non giudica verbalmente i soggetti, ma il peso storico del film rappresenta di per sé una sfida. Attraverso filmati d’archivio in bianco e nero si fa riferimento non solo alle origini di Tel Aviv e allo sfollamento dei villaggi palestinesi, ma anche a come sistemi di sorveglianza siano stati inizialmente istituiti, su controllo israeliano, contro chi potesse effettivamente costruire infrastrutture di telecomunicazione a Gaza.
La città non è solo sfondo, il tessuto urbano che tesse, centrale, si aggancia alla disperazione, senza catarsi o supposizioni. Aggravato dalla quotidianità della gente e dando adito allo stesso voyeurismo insito nei protocolli delle Forze di Difesa Israeliane di materializzarsi davanti ai nostri occhi. Il ritratto politico dell’ambiente mediatico, che alimenta l’odio e permette che vengano perpetrati massacri, è fulgido. I civili sono sintonizzati sui canali di informazione, dove politici e opinionisti fanno proclami moralistici, che vengono direttamente contraddetti da ciò che il film rivela. Per più di un’ora la pellicola si concentra sullo scempio, di come Israele reprima chi gli si oppone. Gli ultimi minuti sono il controcampo – l’ennesimo – su Gaza, di chi subisce, soffre, e muore. Nessuna pronuncia sulla decolonizzazione, ma l’idea comunque di sovvertire narrazioni ed ideologie dominanti che rafforzano la crudeltà del Paese.
Naza Scuote. Non tanto per i fatti che potrebbero essere rivelati (molti già noti), quanto per la forma sconvolgente con cui emergono. Funge da specchio a chi già è sapientemente scosso. La voce dei due cineasti diventa tagliente arma di verità, per testimoniare e restituire, soprattutto sulla questione morale di come una società si rifaccia al proprio vittimismo della Seconda Guerra Mondiale ricreando con tanta crudeltà le stesse condizioni, attraverso le ripugnanti contraddizioni di chi vi partecipa, dalle cui parole non è possibile sfuggire. Conferma che non bisogna credere nell’evitare la conclusione che la legittimazione da parte dei media e il relativo disinteresse per le vittime siano ormai troppo radicati per essere irrilevanti. Il genocidio è ancora in corso. Non badarci è un privilegio. Guardare non basta, non dobbiamo solo riconoscere le violenze attuali; dobbiamo parlare e agire contro di esse. Tra i silenzi di chi non agisce, altrettanto eloquenti, impattanti, assordanti, affinché nel “lungo viaggio dentro la notte”, attorniata da silhouette, si illumini il nido oscuro dove i mali si annidano.

Naza: le confessioni di Israele al tribunale della Storia, di Leonardo Tamborra
“Continuo a considerare quei nazisti il male, ma io cosa sono?”
Queste alcune delle parole che più hanno circolato sui social negli ultimi giorni, simbolo della forza orribile con cui Naza ha investito le coscienze occidentali, ammutolendole nel silenzio in cui sono piombate tutte le sale dopo la sua proiezione. Un silenzio che racconta molto sia di ciò che Naza mostra, sia di ciò che siamo noi, di fronte ad esso. È il silenzio di chi non riesce, o non vuole, capacitarsi di ciò che ha appena visto, ascoltato e immaginato: una delle forze del documentario è proprio questa, il non mostrare ciò di cui si parla, se non negli ultimi minuti. Piuttosto che mostrare, preferisce rappresentare le confessioni dei soldati israeliani con dei disegni fatti da loro stessi, tendendo ancora di più la frattura presente tra l’assurda e orribile verità che gli israeliani raccontano e la loro incapacità di carpire la gravità, il peso, il significato delle loro parole, e prima ancora delle loro azioni. E’ questa assurdità a colpire di più: Naza mostra e racconta ciò che Hannah Arendt ha analizzato in La banalità del male, ossia come sia possibile un genocidio. Come si possa contribuire attivamente allo sterminio di una popolazione: mostra l’organizzazione scientifica dello sterminio, diviso in una catena di mansioni come in una fabbrica (parole di uno degli intervistati), mostra la razionalità strumentale di chi trova il proprio posto nell’obbedienza, dimenticandosi di ogni scrupolo morale, mostra la perversione e l’alienazione di chi, piegato dall’odio, concepisce l’assassinio di persone in cerca di cibo come un videogioco (parole di uno degli intervistati). Naza mette a nudo la disumanità del genocidio e di tutti coloro che vi sono coinvolti pur tenendo ben salda la loro umanità: in questo paradosso sta la banalità di questo male e tutto lo sgomento dello spettatore. Ci pare incomprensibile che qualcuno, un essere umano come noi, che pensa, agisce, giudica come noi, possa contribuire a un progetto del genere senza scrupolo, senza andare mai al di là dell’obbedienza, quell’obbedienza che Eichmann, come molti altri imputati nazisti nei vari processi avvenuti dopo la sconfitta del Terzo Reich, reputava una virtù, se non la virtù.
E’ per questo che credo che Naza vada visto. E’ responsabilità di ognuno di noi, in quanto esseri umani e in quanto occidentali, avere chiaro in mente tutto ciò che Israele, istituzionalmente ancora nostro alleato, ha fatto e il modo in cui l’ha fatto, il modo in cui gli israeliani vivono e contribuiscono a tutto questo. E’ per questo che ritengo che alcune critiche mosse a Naza siano, seppur giuste e anche condivisibili, sterili. Non rivela niente di nuovo rispetto a ciò che hanno detto e dicono palestinesi ogni giorno? Magari è anche vero, ma ciò non toglie il valore di una confessione, che mai era avvenuta così platealmente e direttamente (Israele si vanta, anche solo sui propri canali social, dei massacri che compie: ma lo fa cercando di mantenere sempre e comunque la “discrezione” dell’obiettivo criminale, dell’errore necessario… Non a caso, ha già provveduto a pubblicare un documentario, Naza: the real story, che tenta di smentire ciò che è mostrato nell’originale: e perché farlo, se non perché smaschera l’uccisione deliberata e volontaria di migliaia di civili palestinesi?). Non comporta una critica sostanziale e sistematica al progetto sionista, che anche nella sua vista più liberale ha previsto la Nakba e la colonizzazione progressiva della Palestina? È vero, ma non per questo dev’essere tacciato o bollato come inutile. Era necessario Naza per convincere i più della condotta di Israele? Assolutamente no, ed è a dir poco inaccettabile che chiunque, sia pure mediaticamente esposto o meno, non si sia ancora schierato: a dir poco, perché verrebbe da dire che è ormai complice. E forse quel silenzio in sala è anche questo: l’ammissione di una colpa, la colpa di non essere riusciti a impedire tutto ciò, di aver continuato bene o male la propria vita, con le proprie insoddisfazioni quotidiane, mentre il genocidio era in corso. È un senso di colpa che non deve cessare di esistere, che non assolve nessuno, ma che deve trasformarsi in rabbia e capacità di cambiare davvero qualcosa. Sono discorsi non nuovi, che si ritrovano anche nel libro di Arendt, a proposito della nuova gioventù tedesca e del loro senso di colpa, che l’autrice ridimensiona a sentimentalismo a buon mercato: è facile sentirsi in colpa quando non si è fatto nulla di male, è molto più difficile ammettere una colpa e pentirsi. Arendt intravede in quel senso di colpa una fuoriuscita dalla pressione esercitata da una realtà sociale (quella tedesca) in cui i giovani sono circondati da persone realmente colpevoli, ma insensibili a questa colpa: la reazione normale di fronte a ciò dovrebbe essere lo sdegno, ma lo sdegno è un ostacolo per la carriera, motivo per cui, secondo l’autrice, i giovani esplodono in manifestazioni isteriche di senso di colpa che permette loro di espiare, senza ammettere, la loro vera colpa, il continuare a vivere senza sdegno intorno a quegli uomini colpevoli. E allora, sì, a questo non deve servire Naza, a nascondersi dietro un sentimentalismo spicciolo: deve invece essere la leva per quello sdegno di chi, tutto ciò, non può e non vuole farsi andare bene.
A questo serve Naza, a questo serve cercare di comprendere ciò che la banalità del male significa, ossia la disumanità e insieme l’umanità di cui il genocidio è impregnato. Come Gramsci ha studiato il fascismo per comprenderne le ragioni storiche, politiche ed economiche; come Moravia e Bertolucci ne hanno studiato le ragioni antropologiche e sociali, così è necessario studiare il ruolo della razionalità strumentale e l’asservimento delle coscienze in ciò che sta accadendo a Gaza. Così è fondamentale capire l’importanza dello schierarsi, del non essere indifferenti, del non piegarsi all’obbedienza come virtù assolutrice di ogni peccato e responsabilità individuale. Ho letto di chi parla di come Naza sarebbe l’ennesimo caso di voci israeliane che sovrastano quelle palestinesi, di come Naza sposterebbe il dibattito dall’esperienza palestinese alla “redenzione” israeliana, ho letto di chi si lamenta dell’anonimato degli intervistati, vedendovi la volontà di “proteggere” gli israeliani e anzi di dissolvere la loro colpa in un gruppo indistinto di persone. Ma Naza non è un processo: non vi sono imputati o assolti. Naza è una prova, che si presenta al tribunale della Storia: l’accusa è genocidio, la condanna spetta, in attesa che tutto ciò si traduca in un reale processo giudiziario, all’umanità. Il genocidio è un crimine contro l’umanità, e ciò va ben oltre il semplice significato di crimine disumano: è qualcosa di più di un crimine contro il popolo che ne è vittima, è qualcosa che colpisce e danneggia gravemente l’ordine internazionale, l’umanità nella sua interezza. Così, Naza diventa anche l’occasione per condurre una riflessione sulla valenza del Diritto Internazionale, su come il genocidio in corso e la condotta di Israele nei rapporti internazionali ne abbia modificato (o espletato) i confini. Ma Naza è e rimane un’indagine concreta e terribile dell’essere umano, che, in fondo, ci riporta a quelle frasi da cui ho iniziato, nelle quale si intravede uno spasmo di insicurezza e dubbio orribilmente umani, che fanno (quasi) spaventosamente e assurdamente empatizzare con chi le pronuncia: se i nazisti sono il male assoluto, i sionisti cosa sono?

