Una sottile ma limpida forma di resistenza
Palermo, Sicilia, 1936. Un giudice, Vito di Francesco, interpretato da Gian Maria Volontè, è chiamato ad analizzare un caso di plurimi omicidi. L’imputato, tale Tommaso Scalia, è accusato di aver ucciso tre persone: l’ex-superiore che l’aveva da poco licenziato, il collega che l’aveva sostituito e la moglie, dopo averla violentata. Un mostro: gli avvenimenti sembrano chiari, così come la condanna. Un uomo distrutto dal licenziamento, convinto che l’unica opzione sia la vendetta privata e poi piegato dalla follia del suo gesto, impazzisce nei confronti della moglie, con cui i rapporti non erano idilliaci, compiendo la spirale di violenza. Il codice penale parla chiaro, senza attenuanti sarà condannato alla pena capitale, pagherà i propri crimini con la morte. All’ingresso in tribunale, anche la giuria popolare mostra idee chiare: si mescola un groviglio di voci e imprecazioni che esigono la testa dell’assassino, all’atavico e viscerale grido del “sangue chiama sangue”.
In “Porte aperte”, Amelio ci immerge nella Sicilia degli anni ‘30, mostrandocene tanto la bellezza quanto l’arretratezza, tanto le classi più “agiate” quanto l’ambiente rurale, tanto il fascino primordiale quanto le piaghe morali e politiche. Veniamo introdotti in un contesto nel quale due regimi criminali e coercitivi, la mafia e il fascismo, sono così compenetrati e onnipresenti da non venir nemmeno nominati: ogni statua, ogni muro, ogni rapporto personale (di lavoro e non) ne trasuda i valori e lo stigma. Una fotografia eccezionale ci fa entrare nelle case rurali, nei palazzi, nella campagna; i dialoghi, spesso in siciliano, pur risultando difficili di comprensione diventano parte della messa in scena, ingredienti fondamentali per inserirci nella Sicilia di quegli anni. Il regime e l’organizzazione malavitosa non vengono (quasi) mai menzionati, ma ne vediamo le tracce ovunque: gerarchia, violenza, corruzione, omertà, ipocrisia.
Quella che può sembrare come una pura e addirittura ingenua osservanza del proprio dovere di giudice si rivela in realtà come una precisa e orgogliosa presa di posizione morale e politica. Il giudice Di Francesco, pur convinto della colpevolezza dell’imputato, è filosoficamente contrario alla pena di morte, e tenta di approfondire il processo per evitare questa condanna. L’accusato finisce per rivelare dei tratti ancor più macabri, mostrandosi come un fascista della prima ora, deluso e irato (a detta sua) da una corruzione che non solo l’ha licenziato, ma sta rovinando il paese. Mette in luce tutte le contraddizioni dell’ideologia che ha incatenato l’Italia per vent’anni: non ce l’ha realmente con la corruzione e l’immoralità, ma con l’ipocrisia di un sistema che si è rivolto contro di lui, rendendolo un capro espiatorio con il suo licenziamento. Scopriamo che, oltre ad essere un componente del sistema corrotto che pervade la Sicilia di quegli anni, egli ha più volte obbligato la moglie a prostituirsi, proprio con il suo superiore. E’ esponente del fascismo nel modo più intimo, qualcuno sempre pronto a dominare e ciononostante a riconoscere la gerarchia, l’essere dominato. Forte con i deboli, debole con i forti. Quando il sistema gli si ritorce contro, si sente tradito, offeso, abbandonato; e giura vendetta contro coloro che, ai suoi occhi, hanno tradito il credo fascista. Il regime ha così fatto presa sulle sue paure e insicurezze più intime da modellare la sua vita e il suo modo di vedere il mondo, impedendogli di comprendere le reali matrici di ciò che è avvenuto. Il tradimento per “salvarsi la faccia” del suo superiore e dei suoi colleghi in realtà non fa che riaffermare un sistema che si poggia sulla violenza, sulla coercizione, sulla dominazione, sullo sfruttamento senza scrupoli dell’altro. Tommaso Scalia è talmente fascista da non riconoscere di essere vittima degli stessi valori fascisti in cui crede ciecamente, tanto che lui stesso sfida la giuria a condannarlo a morte. Non ha più nulla da dire, da vivere, la sua personalità è talmente annichilita dall’ideale fascista che non può ragionare se non di morte e distruzione.
Il giudice, a sua volta, è anch’esso esponente di un altro modo di porsi rispetto al reale. Quest’approccio non si differenzia solo nei contenuti, ma nel modo stesso con cui si presenta: non è una fede, un credo, ma un fondamento razionale, concreto, frutto di una precisa posizione morale. Non è un’aderenza ad un sistema che obbliga i cittadini, che li domina violentemente e offre loro l’unico sfogo di reiterare tale violenza su altri, magari sulla moglie, essendo naturalmente inferiore al marito. Il giudice Di Francesco, pur senza dichiararsi antifascista, incarna una resistenza a questo sistema di valori, una resistenza solida e convinta, che si estrinseca nella critica alla pena di morte. In un emblematico dialogo con altri due componenti della giuria, il giudice esplicita la sua riflessione: la pena di morte conserva le sue ragioni negli interessi politici, non nel popolo. Pur senza dichiararsi antifascista, prende posizione contro una giustizia che è utile solo al regime politico e al suo dominio, che non garantisce la sicurezza del popolo. Nelle sue azioni affiorano i valori di democrazia, di rispetto, di uguaglianza; che superano il gerarchico e violento modo di stare al mondo dei fascisti. Incarna una resistenza in parte disillusa, che non pretende di “fare la rivoluzione”, incapace di pensarsi collettivamente, piegata dalla sfiducia e dal sospetto, incapace di riconoscere i propri alleati; ma che ugualmente resiste e che, attraverso le proprie azioni, mostra come un orizzonte diverso sia possibile, concretamente. Le due figure, l’imputato e il giudice, il fascista e “l’antifascista”, il conformista e il resistente, incarnano due mondi opposti talmente radicati in loro stessi da risultare quasi paradossali: se l’imputato finisce per desiderare di essere punito con la morte, il giudice rifiuta quest’opzione anche se di fronte ha un essere spregevole. In questo si riconosce l’eterna dialettica della libertà e della democrazia, che nel momento in cui sono affermate devono essere garantite anche per chi tenta di reprimerle. Nel momento in cui affermo la libertà, in cui la ritengo uno dei miei valori fondanti, non posso non riconoscerla anche in coloro che compiono il male o non riconoscono tale valore. Nel momento in cui affermo l’uguaglianza, lo faccio anche per coloro che non la pensano come me. Questo non significa che si debba esser accondiscendenti e tolleranti nei confronti di chiunque, difatti lo stesso giudice non vuol l’assoluzione dell’imputato, ma una pena diversa; in egual modo, chiunque si faccia baluardo della libertà e dell’uguaglianza deve riconoscerne questa dialettica. D’altro canto, chiunque si riconosca in questi valori dovrebbe indagarne i movimenti più profondi, le ragioni più profonde, comprendendo come il valore della libertà sia indivisibile da quello dell’uguaglianza, e che questi due, affinché siano rispettati, non possono esser definiti solo a parole, ma devono essere matrice di una struttura economica, politica e sociale coerente ad essi. Occorre riconoscere come questi debbano essere affermati materialmente, radicalmente; e ciò non può che avvenire collettivamente: l’azione del giudice, la resistenza che lui incarna, pecca in questo, e per questo non può farsi cambiamento storico.
Pur con le sue limitazioni, essa è però un limpido esempio di come una singolarità, sospinta dal respiro della libertà, possa resistere anche al regime più coercitivo e asfissiante. Pur non dichiarandosi tale, è in parte un esempio di antifascismo perché, nel suo piccolo, conduce una resistenza attiva ai valori fascisti, ponendo contro di essi dei valori concreti. Questo film (che pure non è perfetto, anzi: la narrazione è, a mio modo di vedere, troppo lenta e troppo spesso spreca delle possibili esplicitazioni di ciò che ho tratteggiato in questo testo) farebbe comodo al generale Vannacci, che ha recentemente dichiarato (a Pulp podcast) che la Costituzione italiana, nata dalla resistenza, non ha mai un’esplicita dichiarazione di “antifascismo”, criticando tutti coloro che invece vedono in esso la base strutturale della Repubblica. Vannacci dovrebbe forse ricordarsi che l’antifascismo non è solo un “anti” (come lo è “l’antimattone”, con cui evidentemente non si costruisce una casa e men che meno uno Stato) ma anzi è un insieme di valori che costituiscono il significato della parola “democrazia”. Così, se quei valori vengono minati da politiche autoritarie nate in seno al nostro Stato, allora anche il termine “antifascismo” risalta nella sua attualità e importanza; così, quei valori di libertà e uguaglianza possono essere riaffermati e forse ripensati, prendendo atto di come la nostra democrazia liberale, pur con tutti i suoi pregi, si è nuovamente esposta alla sua crisi; così, si apre lo spazio di possibilità per ripensare il nostro assetto politico e sociale, in modo da superarne le contraddizioni di fondo e affermare, concretamente, quei valori che pensavamo ormai radicati e inscalfibili, e che forse mai lo sono stati realmente. E’ forse il momento di far ricominciare la storia.


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